Economia e psicologia
ABITUATI AD AVERE TROPPO: UNA QUOTIDIANA INFELICITA’
Verso la Decrescita
Elena Liotta
Da quando è nato il movimento della Decrescita www.decrescita.it, al quale ho subito aderito, mi domando se i suoi obiettivi siano realizzabili senza una profonda revisione degli stili di vita convenzionali e un cambiamento radicale di mentalità e di atteggiamento generale verso la vita. Essendo ormai assodato che il comportamento degli esseri umani risponde alle sollecitazioni e ai condizionamenti del sistema sociale fin dall’infanzia, invertire la rotta da adulti, dopo più di venti anni di consumismo sfrenato, di induzioni massmediatiche e di innumerevoli deformazioni in cui sono cresciute le ultime generazioni, non sarà cosa facile né immediata. La stessa idea di decrescita è, in questo scenario delle società avanzate, piuttosto difficile da digerire. Ci troviamo, pertanto, in una posizione controcorrente che incontra molte resistenze.
Tuttavia, attraverso la mia esperienza professionale di psicoterapeuta impegnata anche nelle istituzioni socio-educative, mi rendo conto che esiste oggi anche un terreno psicologicamente favorevole alla decrescita, identificabile in quel malessere generale di cui tutti si lamentano e che, a ben guardare, ha sempre origine in qualche tipo di eccesso. Per la maggior parte delle persone tutto è diventato troppo: si soffre per il sovraccarico, la saturazione, la fatica a reggere tutte le pressioni dovute alle aspettative sociali, alle crescenti complicazioni burocratiche e tecnologiche della vita quotidiana, all’ipertrofia della comunicazione, alla contrazione del tempo e dello spazio, al soffocamento delle esigenze più intime e personali. Le sofferenze dei singoli testimoniano la malattia, l’ubriacatura collettiva degli ultimi decenni e anche la sensazione diffusa di ‘non sapere come uscirne’. Eppure si potrebbe.
La strada più ovvia - cioè la decrescita – se applicata agli stili di vita e agli atteggiamenti psicologici, significa cominciare a contenere, limitare, filtrare, selezionare, diminuire la spinta all’accumulo, e parallelamente cominciare a liberarsi dei fardelli inutili.
Proviamo a riflettere su questa condizione sia sul piano concreto sia su quello psicologico (pensieri, emozioni, immagini). Siamo continuamente bombardati da stimoli e da oggetti provenienti dall’esterno e la mente è ormai intossicata a tal punto da non poterne fare a meno e andarseli a cercare quando scarseggiano. Più stimoli e più oggetti vuol dire anche più attenzione, più organizzazione, più manutenzione, più tempo consumato, più spazio ingombrato, più investimento energetico. Un incremento senza fine di cui non si comprende né la direzione né il senso.
Eppure, di fronte all’obesità tutti trovano ovvia l’idea del dimagrimento; di fronte allo stress, sbandierato da decenni come malattia sociale della società del benessere, tutti raccomandano una diminuzione di attività e di tensione psicologica (il rilassamento!); di fronte all’ansia e all’accelerazione ideativa vengono somministrati farmaci per ridurre la risposta neurovegetativa; di fronte a un uso eccessivo di sostanze nessuno dubita sul pericolo mortale cui esso espone.
La legge del superlativo e del cumulativo, del ‘più è sempre meglio’ - più grande, più bello, più brillante, più forte, più ricco e altro – è diventata invece un delirio che contagia anche le relazioni umane più sensibili come quelle educative e affettive. Cedendo alle seduzioni onnipotenti del mercato, si finisce per comportarsi come i soggetti patologicamente dipendenti da sostanze tossiche, costretti a sostenere lo stesso sistema che li distrugge.
Questo è un esempio di come l’economia e la psicologia si legano insieme.
Ma quanti di noi sarebbero oggi in grado di privarsi del superfluo, attestandosi solo su ciò che è veramente necessario? Quanti sono pronti almeno ad argomentare seriamente su cosa sia per noi davvero necessario e cosa no? Possiamo cominciare a domandarci perché non si comprende l’ovvietà e l’urgenza di un cambiamento verso la decrescita?
Sono numerosi, forse ancora troppi, gli ostacoli psicologici che rallentano la presa di coscienza collettiva e il cambiamento di rotta. Provo a descriverne alcuni.
1. Assenza di consapevolezza e di conoscenza circa le cause esterne del malessere (troppo spesso imputato esclusivamente a cause interne, di psicopatologia del soggetto). Il sistema non si tocca, non viene discusso.
2) Reazioni di paura e angoscia di fronte alle idee di rinuncia e di perdita, che evocano sensazioni di vuoto. Quasi sempre, nell’evidenza del danno causato dal ‘troppo’ e davanti all’ipotesi di un possibile ridimensionamento, prevale invece la rassegnazione: “Certo che così non si può più andare avanti, bisognerebbe ridimensionarsi, ma come si fa? Non si può, è impossibile!” E perché non si può? - chiedo sempre io - cosa succederebbe davvero? C’è in questi casi una difficoltà a modulare realisticamente l’idea di rinuncia che appare solo grigia, punitiva, un’ingiunzione austera e non liberatoria, come invece potrebbe essere.
3) Mancato sviluppo, a partire dall’infanzia, di alcune capacità psicologiche di sopravvivenza (senso di realtà e dei limiti, tolleranza dell’impotenza, continuità dell’impegno, pazienza, umiltà, capacità di scelta, riconoscimento ed evitamento di stimoli negativi, funzione di orientamento, altro) di cui appaiono solo forme parziali o mascherate che si sbriciolano alle prime vere difficoltà della vita. L’educazione famigliare e scolastica risulta psicologicamente inadeguata, creando disagio sia ai bambini sia agli adulti. Una perdita incommensurabile per lo sviluppo della personalità di entrambi.
4) Passaggio fallito, o cessato, di alcune pratiche di vita presenti delle generazioni anziane, spesso rifiutate o derise, come il risparmio energetico, del tipo: spegnere le luci quando non vengono usate, attenzione all’acqua, riciclo degli avanzi alimentari, del vestiario e altro. Anche qui immagini grigie, da poveracci, da tempi di guerra. Non si pensa che, al contrario, si regalano soldi, spesso guadagnati con fatica a corporazioni e gruppi di potere che già sfruttano le nostre tasche in tutti i modi possibili e immaginabili
5) Fuga dall’interiorità, dalla responsabilità personale, da una visione etica dell’esistenza e costituzione di falsi sé, personalità superficiali e omologate piene di occulte ed esplosive sofferenze, L’asse onnipotenza/impotenza è sempre sbilanciato verso l’eccesso, verso la megalomania, come il mostrare più di ciò che è, una forma di ‘indebitamento’ in senso lato, che prima o poi chiede la restituzione. Da qui crolli psicologici – non solo economici - e sintomatologie ormai dilaganti, che vanno dalla depressione ai disturbi alimentari, alle tossicodipendenze, incluso l’acquisto compulsivo che viene ancora poco segnalato, tutte ormai diventate malattie sociali.
6) Vita di relazione, dalla coppia alla famiglia alla comunità, improntata a valori commerciali, a rituali svuotati di senso profondo, alla competizione e sfruttamento reciproci (fino all’omicidio per denaro), alla celebrazione collettiva dell’apparenza con i suoi modelli mitizzati. Lo scollamento tra l’abbaglio della società spettacolare e le ombre dietro alle quinte è sempre più inquietante.
7) Sottile ma progressivo inquinamento, o spegnimento, di un valore centrale come la libertà di pensiero, che permetterebbe di resistere ai condizionamenti esterni, sostenendo la propria diversità e tollerando l’esclusione e la solitudine che ne deriva. Ugualmente indebolita appare la capacità di patire e sopravvivere ai naturali dolori dell’esistenza, fisici e anche mentali (lutto, separazione, perdita) affrontati prevalentemente con mezzi chimici o altre compensazioni esterne.
8) Svalutazione collettiva di alcune caratteristiche di personalità che non corrispondono al sistema e soprattutto che non lo nutrono, come l’introversione, la discrezione, la sobrietà, l’austerità, l’essere taciturni (detto di alcuni bambini poco loquaci: “non sarà mica autistico?!” oppure l’essere lenti (con quale metro poi? La illogica e incoerente velocizzazione di tutto, per la quale manca sempre tempo per qualsiasi cosa?) o ancora, il non amare le folle né i grandi assembramenti sociali (che diventa ‘fobia sociale’!). Analoga svalutazione collettiva delle pratiche di manutenzione, conservazione, servizio, prevenzione, poco esaltanti e poco visibili.
La ricerca psicologica, purtroppo, non è stata sempre attenta alle implicazioni patologiche degli stili di vita. In molti casi addirittura, la psicologia ha contribuito a etichettamenti e interpretazioni fuorvianti, non riuscendo a mantenersi essa stessa libera dai condizionameni del sistema.
Venendo alla pratica: dal sommario elenco appena delineato si possono derivare sia gli atteggiamenti che andrebbero alimentati, soprattutto in campo educativo, sociale e sanitario, sia quelli possibilmente da evitare. In alcuni casi, per sensibilità personali di formatori, educatori e terapeuti, questi cambiamenti stanno già verificandosi, ma in modo sparso in uno scenario pieno di illusionismi per i giovani e le loro famiglie. Nei miei ambiti mi trovo spesso a ricominciare da una sorta di alfabetizzazione della salute mentale e della normalità – salute che esiste, ed è ben indicata da limiti psicofisiologici – attraversando con le persone le lor paure, gli smarrimenti, i vuoti, le ansie per il futuro, tutto ciò che molti preferiscono rimuovere, ignorare e riempire d’altro.
A volte però mi domando: quante di queste persone che idealmente dicono di condividere questi discorsi si recano poi tranquillamente a passare il loro tempo libero nelle enormi e alienanti cattedrali dell’iperconsumo? Se l’espressione ‘crescita zero’ genera allarme tra gli esperti e opinionisti che influenzano la gente comune, figuriamoci che effetto avrà la parola decrescita. Essa va sostenuta modellando anche nuovi comportamenti di cui si intraveda la convenienza per l’individuo.
Va ribadito che esistono crescite anomale, malate che sono già molto evidenti, di fronte alle quali la crescita zero diventa segno di salute e guarigione.
Ed è su questo punto che la realtà comincia amaramente a darci una mano. Non c’è bisogno di scomodare il Taoismo per osservare come gli eccessi inneschino sempre il movimento opposto. Eventi di portata planetaria stanno configurando quella progressiva caduta dei miti dell’Occidente e manifestando questa spontanea inversione.
Accade già che si consumi di meno, non per scelta, ma per mancanza di denaro, accade già che si produca di meno in alcuni luoghi perché si è investito altrove e il mercato è saturo. E’ da tempo che l’ambiente ci fa sentire con i suoi inequivocabili messaggi, quanto non sopporti più i nostri abusi. Così, la decrescita, che la cosa piaccia o meno, è già un fatto reale, anche se un fatto percepito come problema, un fatto che appare come scomodo e indesiderato, ma che andrà inesorabilmente avanti poiché si è saturato un sistema e sta avvicinadosi la rottura caotica.
Imparare a governarla, questa decrescita, a riconoscerne l’aspetto salutare sul piano psicologico, rassicurando le persone, anzi incoraggiandole verso il ridimensionarmento da interpretarsi come liberazione, come uscita dalla dipendenza tossica, può essere un primo passo del cambiamento. A livello individuale e di piccoli gruppi questo approccio di svelamento e di sostegno funziona. Con i macrosistemi non lo so. Siamo solo all’inizio.
Concludo proponendo al lettore che avesse ancora dei dubbi sulla potenza del fattore psicologico nel determinare una resistenza nei confronti della decrescita, un piccolo test che suggerisco anche nei miei seminari: provate a stare una settimana, un mese, un anno senza comprare nulla che non sia strettamente necessario, valutando onestamente e rigorosamente anche il senso della necessità. E, nel frattempo osservate le vostre reazioni emotive, gli umori, i pensieri, i sentimenti, le idee più ampie che emergono. Questo esercizio difficilissimo, che qualcuno è riuscito a fare, vale anche, anzi soprattutto, per chi sostiene l’idea della decrescita e non vuole che essa rimanga soltanto una nuova bella idea.
Educare al Sé , Roma, Magi, 2001; www.magiedizioni.com
Le solitudini nella società globale , La Piccola Editrice, Celleno (VT); www.conventocelleno.it
Le ragioni della speranza in tempi di caos , La Piccola Editrice, Celleno (VT) 2004
Su anima e terra. Il valore psichico del luogo , Roma, Magi, 2005
