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Dialoghi fra Scienza e Religione

Pari, sabato 15 febbraio 2003 ore 17

"Circumnavigando Dio"
Dott Shantena Sabbadini



Vivo la mia vita in cerchi concentrici
che si stringono con gli anni…
Circumnavigo Dio, la vecchia torre…

(Rainer Maria Rilke)

Benché un po' più vecchio, appartengo a quella che viene a volte detta 'generazione del '68'. È stata una generazione caratterizzata da un forte impulso a 'cambiare il mondo' - e da una fiducia grande, ingenua, sconsiderata nella possibilità e positività del cambiamento. Una delle motivazioni della nostra ribellione è stata, credo, il ricordo degli errori e degli orrori sofferti dalla generazione dei nostri padri: il fascismo, il nazismo, la guerra. È un ricordo che era ancora vivo e vicino nella mia infanzia e gioventù. Mio padre era ebreo e si salvò attraversando a piedi le montagne e rifugiandosi in Svizzera. Durante la guerra io rimasi con mia madre e mia nonna in una casa circondata da un grande giardino sul lago di Como. Per quelle due povere donne furono anni pieni di ansia e di paura, e in qualche modo devo avere assorbito anch'io quella paura, perché per molti anni (e a volte mi capita ancora) ho sognato di essere inseguito da militari o polizia.

Ma i miei ricordi di quegli anni hanno anche un colore completamente diverso. Quel giardino era il mio regno ed è rimasto per me come una specie di paradiso (parola che in origine fra l'altro indicava proprio un giardino cintato). Era la prefigurazione di qualcosa che poi sarei andato a cercare nei viaggi. A dieci anni ebbi una lunga malattia e per consolarmi mi fu regalato un atlante, forse il regalo più prezioso che abbia mai ricevuto. Durante le settimane trascorse a letto viaggiai moltissimo. Fu una preparazione ai viaggi che dovevano venire dopo, a partire dai diciotto o diciannove anni: viaggi alla ricerca di altre realtà, di una natura e di un'umanità che non riuscivo a trovare nel mondo che avevo intorno, che mi pareva chiuso in un conformismo soffocante. Era come scoprire la vastità dell'esistenza. la varietà dei modi di essere umani, disidentificarsi dalla fissità dei dati culturali della mia origine. Scoprire che la vita non scorre necessariamente su strade già tracciate, ma può essere come un grande deserto, dove si può camminare in ogni direzione.

Il viaggio era una sorta di ribellione. L'altra forma di ribellione naturalmente era la politica: il sogno di una mitica rivoluzione che riordinasse le cose, mettendo al primo posto i valori umani, la gioia, la creatività, l'amore. Alla fine degli anni Sessanta, da giovane laureato, andavo la mattina all'alba a distribuire volantini davanti alle fabbriche e occupavo insieme agli studenti, in qualità di 'docente democratico', gli edifici dell'università. Ma negli anni seguenti molti di noi cominciarono a nutrire dubbi rispetto a quella prassi politica: com'era che, mentre sognavamo una società ideale, i rapporti quotidiani fra di noi erano pieni di conflitti, giochi di potere, egoismi, di tutte le cose che detestavamo e che volevamo cambiare? A quella autocritica contribuirono anche nuovi approcci, che portavano prospettive diverse sui temi del cambiamento. Fondamentale fu il femminismo, con l'accento che poneva sui rapporti interpersonali, sul concreto, sul quotidiano, sulle identificazioni inconsce. E anche il pensiero ecologico, che allargava la visione dal sociale a una scala più globale, includendo tutte le forme di vita sul pianeta. Portando l'attenzione da un lato all'interno di noi stessi e dall'altro a una visione più globale, il ripensamento di quegli anni aprì la via per molti di noi alla scoperta, o riscoperta, di una dimensione religiosa, anche se in un senso molto diverso dalla religione in cui eravamo stati allevati.

All'inizio degli anni Settanta lavoravo all'università, facevo ricerca in fisica. Studiavo i fondamenti della meccanica quantistica. Mi interessavano soprattutto (e mi interessano tuttora) le implicazioni filosofiche delle teorie scientifiche. Nel 1971, un po' spinto dal desiderio di nuovi orizzonti e un po' sentendo esaurito un certo percorso politico, andai a lavorare all'Università di California. Lì mi appassionai a ricerche di astrofisica che avevano a che fare con la prima identificazione di un buco nero. Anche la fisica era uno stimolo a pensare in termini più vasti, a staccarmi dalle certezze abitudinarie e a contemplare la vastità dell'ignoto in cui siamo immersi. Una delle cose per me più difficili da capire era come molti miei colleghi riuscissero a confinare il senso del mistero nelle formule che scrivevano sulla lavagna, senza farlo traboccare nella loro vita. Per me era tutt'uno: il mistero della fisica, della natura, dell'esistenza.

Durante il soggiorno californiano ci fu un momento che mi rimase impresso come un punto di svolta. Accadde durante un viaggio nel sud del Messico, la vigilia di Natale, in un piccolo villaggio sulla costa del Pacifico, a molti chilometri da ogni traccia di 'civiltà'. Cominciò con una acuta crisi di insofferenza verso me stesso: la mia personalità, tutto il corredo di ciò che riconoscevo come 'me' mi riusciva insopportabile. Credetti di impazzire. Ma, sorprendentemente, dopo una notte d'inferno venne una trasformazione radicale. Il giorno dopo mi sentivo libero, leggero, pieno di una gioia e una gratitudine incontenibili. Ero stupefatto e non mi capacitavo di come fosse possibile una tale felicità. (Fu troppa luce tutta di un colpo, per cui poi mi ammalai, mi venne una febbre altissima, delirai per qualche giorno e infine, debolissimo, intrapresi la via del ritorno.)

Allora non me ne rendevo conto, ma in quel momento, credo, cominciò a maturare in me la decisione di lasciare l'università, che si concretò alcuni anni dopo. Tornato in Italia, insieme a un gruppo di amici creammo una comunità agricola, meditativa e di sperimentazione di vita. Nel frattempo erano cominciati i viaggi in India e molti di noi si erano legati a un maestro spirituale il cui insegnamento era, in un certo senso, una naturale continuazione delle nostre passate aspirazioni rivoluzionarie. Il punto centrale, avevamo capito, era che per cambiare il mondo dovevamo in primo luogo cambiare noi stessi. La rivoluzione era prima di tutto una rivoluzione della coscienza e per avere un mondo nuovo occorreva un 'uomo nuovo'.

Nella comunità l'utopia prendeva una forma molto pratica e concreta. Furono anni appassionanti: lavoravamo a volte anche quattordici ora al giorno, ma era un'avventura bellissima. Per quel che riguarda l'agricoltura naturalmente avevo tutto da imparare e questo faceva parte dell'avventura. C'era molta gioia e molto gioco. Per me questa fase durò quattro anni. Alcuni dei miei amici di allora sono ancora in quella comunità e l'esperimento continua tuttora. Con successo, soltanto più strutturato e istituzionale rispetto ai tempi eroici dell'inizio. Io lo lasciai nel momento in cui cominciò a istituzionalizzarsi.

La comunità fu per me l'ultimo grande progetto in direzione del 'cambiare il mondo'. Da allora il mio percorso è diventato molto più individuale, seguendo di volta in volta tracce che mi sembravano per un verso o per un altro significative. L'incontro che ha riempito buona parte degli ultimi dieci anni è stato quello con una fondazione culturale svizzera, caratterizzata dell'impronta di C.G. Jung. In quel quadro ho avuto modo di rimettere insieme, per certi versi, vari pezzi di me: scienza, filosofia, religione, coinvolgimento nei processi di trasformazione individuale delle persone. Cambiamento su piccola scala, lavoro alchemico con le immagini che governano le nostre vite. Oggi anche questa esperienza, indipendentemente dalla mia volontà, sta volgendo al termine.

Arrivando al presente, e spostando lo sguardo dal mio percorso personale a una dimensione più collettiva, mi viene spontaneo chiedere: e adesso? È rimasto qualcosa del sogno? Come possuamo agire oggi per un cambiamento costruttivo? Il mondo, nel frattempo, è cambiato seguendo le proprie vie. I vecchi modelli non sono più adeguati. Sappiamo che la rivoluzione deve essere in primo luogo rivoluzione delle coscienze. E che l'azione violenta genera conseguenze violente. È una nuova riflessione, l'elaborazione di una nuova prassi che si rende necessaria. Non sappiamo ancora come questa sarà in concreto. Ma possiamo immaginare che sarà più simile a ciò che i taoisti chiamano wei wu wei, 'agire senza agire' - o a quella che David Peat descrive come 'azione gentile': un'azione delicata e coordinata che parte da un'intelligenza diffusa nell'intero sistema, anziché un intervento 'dirompente' localizzato.

 
 
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