Pari Center for New Learning

Essays and Papers
  
Audio
  
Video
  
Book Reviews
  
Reading Lists
  
Newsletters
  

New from
F. David Peat

Gentle Action book cover

Order now!

Una dura parabola sulla Guerra: Agota Kristof e "La trilogia della città di K."

di Virginia Del Re McWeeny

Una premessa: Il breve saggio che segue è stato scritto alla fine della lettura della "Trilogia della città di K." di Agota Kristof, da parte de il Gruppo di Lettura 'La Luna' di Pisa, di cui faccio parte da circa dieci anni. La nostra pratica è di sceglierci una scrittrice, o, come capita qualche volta, molte autrici in un particolare genere letterario - i diari, i romanzi, per esempio-- leggerne le opere, discuterle tra noi, scrivere le nostre riflessioni, se e come ne abbiamo voglia, e, con la stessa libertà, uscire con una iniziativa pubblica, che può implicare solo la lettura dei nostri scritti e il dibattito col pubblico, oppure, come è avvenuto nel maggio scorso (2003), può essere accompagnata da uno spettacolo teatrale o altri eventi.

La lettura della Kristof ci ha sollecitato molto, spesso ci ha sconcertate, sempre intrigate: la discussione che ne è nata tra noi è dunque lo sfondo in cui il mio scritto si inserisce: esso riguarda in particolare "Il Grande Quaderno", il primo dei tre romanzi della trilogia, e quello che in qualche modo ha suscitato il dibattito più vivo.

Comincio con un breve riassunto della "Trilogia della città di K." per chi non conosce l'opera.
Una nota bio-bliografica sulla scrittrice segue le mie riflessioni.

Nel primo libro della Trilogia della città di K., Il Grande Quaderno, durante una terribile guerra, mai precisamente datata nel libro, ma si tratta sicuramente della seconda guerra mondiale e poi anche dell'invasione russa di Ungheria nel 1956, due bambini gemelli identici, Claus e Lucas, tra i sette e gli otto anni, vengono lasciati dalla Madre presso la nonna materna. La Nonna vive in un cascinale miserabile e orribilmente sudicio, è sporca, avara e crudele con i bambini, ma in qualche modo li protegge e li educa al lavoro e a badare a sé stessi. I due gemelli provvedono da soli alla propria istruzione, con la Bibbia, il Grande Dizionario del Padre che hanno portato con loro, e un Grande Quaderno dove annotano tutto quello che accade e fanno esercizio di scrittura --una scrittura secca, senza sbavature o concessioni a opinioni o sentimenti: solo fatti, solo ciò che è. E provvedono anche alla propria educazione sentimentale e sociale -"Il Grande Quaderno" è stato definito un vero romanzo di formazione, pieno di humour nero-- I gemelli imparano a uccidere senza battere ciglio, ad arrangiarsi, a sopravvivere insomma; mendicano, rubano, ricattano; suonano e recitano in strada, un po' alla maniera di Lazarillo de Tormes; alla loro educazione sessuale precoce e variegata, concorrono una ragazzina deforme e ninfomane, Labbro Leporino, la Fantesca del Curato, un Attendente e il suo Ufficiale straniero dai gusti, diciamo così, particolari (la trilogia è consigliata in Francia come testo per le scuole superiori, ma alcune pagine hanno suscitato un vero putiferio da parte dei genitori). La Madre, di cui i due bambini portano la fotografia sempre addosso, verrà a riprenderli, ma sarà uccisa da una granata, con la piccola che porta in braccio, e seppellita in giardino; i loro scheletri saranno poi conservati in soffitta.. Anche il Padre, però, arriverà al casolare, e verrà dai figli aiutato a fuggire, mandandolo scientemente avanti sulla frontiera minata, per permettere a uno dei due fratellini di seguirne le orme e passare indenne il confine. Il racconto finisce con questa separazione - una prova voluta e lacerante, dei due gemelli. Ne "La prova", il secondo libro, Lucas è solo: ma forse è sempre stato solo: non sapremo mai se i bambini erano due. Ma la forza meravigliosa che chiudeva i due ragazzi come in una corazza di candore e di saggezza sovrumani, è svanita. Lucas trova amici, Peter, il funzionario di partito, omosessuale, Victor, il libraio alcolista e ossessionato dal voler scrivere; è iniziato all'amore adulto da Clara, si innamora di Yasmine, e fa teneramente da padre a Mathias, figlio di lei. Mathias è (anche lui) un bambino straordinariamente intelligente e sensibile, ma è sciancato e sperimenterà tutta la crudeltà dei suoi compagni di scuola. Mathias non ha un doppio - un gemello - non regge al terrore dell'abbandono e soccombe: si suiciderà. Nell'ultima parte della Trilogia, "La Terza Menzogna" il gioco delle parti si fa ancora più intricato, sebbene il tono sia piano, del tutto realistico: Claus/Lucas, con i nomi un po' alterati, ricompaiono; e la guerra, la nonna, il passaggio del confine e altre cose sono raccontate dal narratore in modo diverso. C'è una madre viva, vecchia e dispotica. E c'è un fratello che torna ed è respinto, per gelosia, per paura di altra sofferenza.Tutto sembra aprirsi ad altre possibili verità, altre menzogne, come in una storia aperta, dove solo la separazione è definitiva. E menzogna è la parola chiave della Trilogia, in cui tutto si raddoppia, si sdoppia e si confonde. Menzogna della finzione letteraria, e della vita stessa; menzogna della gente che promette amore; menzogna e dupliciità che deludono e avvelenano l'infanzia; qualcosa di cui Agota Kristof dice a un suo intervistatore: "Questo mi ossessiona, ma non so perché. Non sono una bugiarda nella vita. (silenzio) Non so perché scrivo quelle cose."

"La trilogia della città di K.: Una possibile lettura de "Il Grande Quaderno"

Dopo la prima lettura e le prime accese discussioni nel Gruppo, che riguardavano soprattutto Il Grande Quaderno e i suoi protagonisti, i due Gemelli, avevo finalmente riletto da capo tutta la Trilogia e il romanzo "Ieri", e cominciato a mettere giù qualche riflessione, quando ho visto "11 settembre 2001", gli undici brevi films di registi di tutti i continenti, ispirati all'attentato alle Torri Gemelle. L'ultimo di quei films mostra un reduce giapponese che si è fatto serpente, e a mo' di serpente striscia, soffia, ingoia topi, morde: mentre tutto il villaggio lo cerca per decidere cosa fare di lui, la moglie finalmente lo trova sulla riva del fiume, pronto a scivolare via per sempre. Allora improvvisamente intuisce la verità e gli chiede: "Ti disgusta dunque tanto essere uomo?". Una frase scritta poi appare a concludere il film, e dunque tutta la serie degli undici episodi: "Non esiste la guerra santa". Ogni guerra, tutte le guerre, sono inique. Ecco, c'era dentro quegli squarci di vita legati alla morte delle torri, tutto il dolore del mondo; e anche tutto l'amore, ferito, stordito, impazzito, distorto, mal compreso e mal riposto. Nei films, però, si respira anche -- e io ricordo bene che così fu anche nella realtà di quel terribile giorno, nelle reazioni di tutti noi --io ero in Inghilterra e vidi l'evento svolgersi in diretta televisiva- un senso di incredulità, di stupore attonito e insieme di spavento: qualcosa di impossibile sta accadendo, è accaduto, sta per accadere, a pochi metri di distanza, in un paese lontanissimo, remoto, in un paese amico e vicino: una morte che viene improvvisa dal cielo chiaro di settembre su un mondo indaffarato e inconsapevole, su mille vite umane disparate; è un atto di guerra nella storia infinita delle guerre umane, ma così inaspettato, brutale, imprevedibile, ha in sé qualcosa di surreale, di sovrumano, è come un prodigio funesto, incomprensibile come un evento sovrannaturale.
Ma è proprio così, mi son detta, che devono essere apparsi ai due gemelli (ah, ora, a pensarci, le due Torri Gemelle, piene di gente!) gli eventi che li travolgono ne "Il Grande Quaderno" della "Trilogia della città di K.", e mi è parso di capire meglio le pagine della Kristof: l'orrore di quel che la guerra fa alle menti e ai cuori della gente e alle opere umane, e soprattutto la sua folle incomprensibilità. E come essa deve apparire tanto più inspiegabile, irreale ai bambini, --ai 'semplici'; come si diceva una volta - (e mi è tornato alla memoria anche un altro bambino nella guerra, Useppe, ne 'La Storia' di Elsa Morante).

Il mio nuovo tentativo di 'lettura' de Il Grande Quaderno - è nato da questi accostamenti.

Molte di noi hanno detto che quei due piccoli -- che siano realmente due, o uno solo con il suo immaginario alter ego (una specie di io plurale), non sembra possibile decidere sul piano oggettivo, ma per me son realmente due -- non sono bambini normali: troppo intelligenti-troppo lucidi, razionali fino all'insensibilità -- non abbastanza pasticcioni, allegri, sventati, teneri e indifesi. Una di noi scrive che "non hanno nulla di infantile".

Forse: ma d'altra parte, mi chiedo, come devono essere due piccoli esseri umani, straordinariamente intelligenti, questo sì, ma i bambini straordinariamente intelligenti esistono anche nella vita reale-- in una guerra che travolge la loro vita, gli toglie la madre, li scaraventa in una realtà contadina di povertà e di fatica primitive, brutali? Improvvisamente si scatena il disordine in un mondo prima ben ordinato e conosciuto. Accadono cose terribili, la gente fugge, muore, uccide, e chi ti amava e ti deve proteggere ti abbandona, ma intanto continua a vivere dentro di te, con i suoi addii e le sue ingiunzioni-raccomandazioni. (La Madre che lascia i piccoli alla nonna che odia e dice, 'Siate buoni, piccoli miei').

A me i bambini de 'Il Grande Quaderno' sono parsi sempre dolorosamente verosimili, alla prima e alla seconda lettura. Non sapevo però spiegarmi bene questa mia adesione, finché ho fatto più attenzione agli indizi del testo e mi son 'ricordata' di come per un bambino tutto può prendere l'aspetto di prodigio, di fiaba, anche - forse tanto più - se quella che deve vivere è un'orribile, realissima Storia. È così, nella dimensione magica, che i bambini sempre si rifugiano, e (qualchevolta) si salvano. È in questa chiave che mi sono ritrovata ne 'Il Grande Quaderno'.

La scrittura lucida, scabra e insieme chirurgicamente precisa della Kristof, uno stile straodinario, fatto di frasi taglienti, brevissime, è forse l'unico modo possibile per 'parlare' di ciò che è di per sé indicibile: ognuna di noi certo sa per esperienza privata come la pena (e la felicità) vere, profonde, sono forse 'rappresentabili', nel senso che si può rimandare ad esse con la descrizione dei fatti che la provocano, o indirettamente, per così dire, come attraverso 'sintomi', comportamenti, mali del corpo, ma non sono esprimibili in termini proprii. "Come se il dolore fosse un terribile segreto" dice quasi perplesso un critico che intervista la scrittrice: e dimentica, o forse non sa, che il dolore è un terribile segreto.

Nella prima parte della Trilogia, però, quella scrittura non è solo fedele a una dichiarata scelta stilistica dei due bambini / narratori --e della scrittrice--, che da una parte sperimentano la falsità dei grandi e diffidano delle trappole emotive del linguaggio e della soggettività dei giudizi - e dall'altra non possiedono le strutture ipotattiche del discorso (non dobbiamo dimenticare che la loro fonte linguistica è la Bibbia): ne 'Il Grande Quaderno' quella scrittura è funzionale, aderisce perfettamente alla struttura e allo spirito della Fiaba, o del racconto Mitico. Tutto lo conferma: l'uso delle maiuscole per i luoghi e personaggi importanti, i titoli espliciti dei brevi capitoli / episodi, la mancanza di nomi e di coordinate spazio-temporali: né la Grande, né la Piccola Città hanno un nome, non hanno nomi le lingue parlate dai soldati o dai civili, né le diverse patrie cui essi appartengono, da cui fuggono e a cui tornano, nell'inspiegabile disordine della guerra. Giorni, anni e date non sono nominati: per i bambini e per i personaggi della Fiaba, come per gli eroi del mito tutto è presente, qui e ora, davanti agli occhi, grandi prodigi e piccole cose ordinarie.

"Il grande quaderno" è affascinante nella scrittura, e nel racconto, come una tragica fiaba 'popolare', di quelle che piacevano a Calvino e a Bettelheim; una storia piena di eventi crudeli e di morti, di streghe, di abbandoni e riapparizioni, di trasformazioni, e di personaggi folli e cattivi, ma anche di strani, inattesi Aiutanti: la Fantesca della canonica, per esempio, che li coccola e li fa tornare alla civiltà del bagno e del bucato, e insieme li inizia al sesso. Anche la perfida Nonna, la Strega per eccellenza, avvelenatrice recidiva, ladra, sordidamente avara, sporca, e anche sadica --nasconde le lettere e i soldi mandati dalla Madre ai due piccini, mangia di gusto il mai-cucinato-prima pollo arrosto davanti ai ragazzini che si esercitano al Digiuno - anche lei, alla fine, si rivela complice e solidale; o l'Attendente, e perfino il suo Ufficiale Straniero, dedito a giochi erotici masochisti, si rivelano a modo loro Protettori utili alla sopravvivenza e alle varie, necessarie, iniziazioni e riti di passaggio nella vita dei Gemelli. Ci sono i Compagni di strada, come Labbro Leporino - la deforme Bambina Cattiva assetata d'amore-- e anche adulti, come il Curato, ricattato dai due bambini, ma partecipe della loro istruzione. E non mancano i Talismani: 'il Grande Dizionario di nostro Padre', la Bibbia di Nonna, e soprattutto il Grande Quaderno, insomma la Parola, la Scrittura, la capacità stessa - magica a ben pensarci, anche se non ce ne ricordiamo quasi mai- di leggere e di scrivere, di fermare il tempo con i segni. Né mancano gli oggetti magici, sinistramente innocenti; né le camere vietate e le chiavi per aprirle, o i modi segreti per arrivarci. E solo i bambini possono non vedere nulla di 'male' negli scheletri, conviverci tranquillamente: i gemelli tengono gelosamente nascosti in soffitta gli scheletri della Madre e della sorellina (viene in mente "Giochi proibiti' di Clément).

La lingua stessa dei due bambini, così pedante e commovente, --"nessun bambino parla così, mi date fastidio, mi innervosite", gli dice il cartolaio-- e le loro capacità quasi sovrumane - 'magiche', appunto, appartengono al mondo della fiaba, dove gli eroi devono imparare a bastare a sé stessi.

I gemelli Claus e Lucas -- ma ricordiamo che ne "Il Grande Quaderno" la narrazione è tutta in prima persona plurale e i nomi non esistono-- sono, l'abbiamo detto, straordinariamente belli, intelligenti e anche forti.

Come vivono gli orribili avvenimenti della guerra questi due prodigiosi bambini? Li vivono e li ordinano in una loro logica esperienziale: si oppongono alla devastazione dell'abbandono, alla brutalità della nuova vita, alla mancanza di guida, di spiegazioni, di calore umano imprimendo un loro ordine al nuovo universo e lo fanno principalmente attraverso la scrittura e le regole che via via danno a sé stessi; in un certo senso operano sulla realtà facendo delle Magie. Ma soprattutto imparano a diffidare degli adulti e della loro ipocrisia: le parole dolci in particolare, le espressioni di amore - l'hanno sperimentato di persona -- sono pericolose menzogne, trappole fatte per far soffrire e per fiaccare lo spirito.

Anche gli esercizi crudeli di resistenza al dolore morale e fisico che inventano e cui si sottopongono con ferrea disciplina sono le Prove che gli eroi devono superare per trasformarsi, per vincere. L'educazione 'morale' e sociale-- tutta concreta e diretta-- dei due gemelli li porta ad agire non in base a criteri di costume, ma di giustizia: i due piccoli si trasformano nei giustizieri inflessibili, magicamente infallibili, della loro minima infelicissima comunità; piccoli dèi ex-machina, pieni di risorse, freddi e implacabili, ma giusti.

La loro forza, però dipende dalla grande magia dall'essere due: davvero due, o l'invenzione di essere due, il risultato è lo stesso: insieme, essi sono invincibili, possono affrontare il mondo, superare tutte le prove. E, del resto, il culto dei Gemelli - cui è compagno il mistero del doppio e dell'ombra -- e i racconti delle loro gesta- appartengono alle istituzioni più antiche e universali dell'umanità. Basta pensare ai Dioscuri, ad Apollo e Artemide, a Elena e Clitennestra, a Romolo e Remo, agli Ashvin, o agli eroi amici inseparabili delle epopee, come Gilgamesh ed Enkidu, Achille e Patroclo; ma il motivo percorre le culture di tutto il mondo e sempre, dappertutto, quegli eroi son forti perché e finché son due, insieme... Ne "La Prova", il secondo libro della "Trilogia", che mantiene la cifra stilistica dell'autrice, ma ha la struttura narrativa del racconto 'storico', Lucas è solo e ne ha dolorosa coscienza: forse è sempre stato solo e non sapremo mai se davvero i bambini erano due. Certo, la forza meravigliosa che chiudeva i 'due' ragazzi come in una impenetrabile corazza di candore e di saggezza sovrumani, è svanita per sempre e il mondo terribile, ma in qualche modo "incantato", della loro infanzia non esiste più: la frattura della separazione lo ha per sempre devastato.

Dopo la partenza del fratello, Lucas cadrà in uno stato di buio totale, e per la prima volta sarà debole e incapace di operare magie. L'eroe non è più invincibile, il bambino è cresciuto, ha ora un nome, un'età precisa, ed è solo, ma non è intero: è diviso da se stesso. Rischia la follia e la morte fisica: la Separazione è stata la Prova ultima, suprema, cui i due eroi della fiaba del Grande Quaderno si sono sottoposti; ed è stata, stranamente, la Prova secondo la legge del Padre. Era stato il Padre, infatti, ad insistere, il primo giorno di scuola, nella loro vita prima della guerra, che per crescere bene i due piccoli dovevano essere separati: ora hanno dovuto ingannarlo e ucciderlo per 'obbedirgli': perché uno di loro potesse staccarsi e andar via, verso il paese libero. E l'unico modo per farlo è stato passare il confine camminando nelle orme del Padre, sul terreno ormai sgombro dalle mine scoppiate sotto i suoi piedi. Agota Kristof rifiuta di parlare di simboli e metafore, ma certo è difficile non sentire in questi episodi una realtà che affonda nei difficili percorsi della crescita e della maturazione di ogni essere umano.
La struttura de "Il Grande Quaderno" risponde dunque benissimo a quello che Bettelheim descriveva come il percorso dell'educazione morale e sentimentale nelle Fiabe, la loro grande virtù, indispensabile ai bambini per elaborare le paure conscie e inconscie e formarsi una coscienza sociale.

Ma, mentre nelle Fiabe classiche le prove superate segnano il successo dell'eroe e i riti di passaggio nel percorso salvifico di individuazione e crescita, in Kristof nessuna prova, per quanto dura, nessuna grande magia o astuzia riescono a impedire il sopravvento del dolore finale, assoluto. E i nostri due Protagonisti, questi piccoli prodigiosi Eroi un po' splendidi, un po' picareschi, non vinceranno, lo sappiamo: questa, vista nell'insieme della trilogia, è una Fiaba atrocemente cupa che col crescere dei bambini prende i contorni della realtà, del mondo adulto, e finisce come è cominciata, nel dolore. L'unica vera protagonista, vincente, della narrazione qui è la guerra, e con la guerra, l'insensatezza umana.

Ecco dunque dove credo sia la chiave di questa scrittura meravigliosa, così fattuale e insieme così irreale, sì che subito la sensazione del lettore di essere in nessun luogo e in tutti i luoghi, in nessun tempo e in tutti i tempi si giustifica, e insieme svanisce anche la frustrazione di non avere guida alla storia, di non poter fermare la memoria su nulla di preciso: io mi sentivo persino colpevole di sapere così poco ormai di quei fatti di Ungheria che pure avevano scatenato tanta ansia e tante crisi nelle coscienze in tutta l'Europa occidentale, compresa la mia che a quel tempo ero una ragazzina. Siamo lettori adulti, spesso 'cerebrali', abbiamo bisogno di terreferme, di date, nomi e toponimi: strumenti che ne 'Il Grande Quaderno' non avrebbero coerenza.

Ci vorranno invece l'età quasi adulta, la sofferenza consapevole di Lucas per darci date e nomi: solo nel secondo libro, "La Prova", Lucas avrà un'età precisa- quindici anni- e ci verrà detto che la mamma li ha lasciati alla Nonna sei anni prima, così che ora sappiamo che i due gemelli avevano tra gli otto e i nove anni, all'epoca: un'età poi non tanto tanto piccola. Kristof, nella seconda e terza parte della trilogia, resta fedele alla sua scelta, mantiene la sua caratteristica scrittura netta e tagliente, ma tutto il punto di vista è cambiato, non c'è più Fiaba, siamo sul piano della realtà. C'è, sì, un altro bambino, Mathias, che gioca con gli scheletri: con Mathias si ripete l'abbandono materno (dio!, le madri della Trilogia sono un vero campo minato, ci vorrebbe un capitolo intero per parlarne), ma questo bambino è più sfortunato dei due Gemelli Lucas e Claus, che erano prodigiosamente belli, oltre che astuti, come tutte le coppie di eroi gemelli del mito: Mathias è malato e, soprattutto, è debole perché è solo, non ha un gemello, come dice lui stesso.

È nel suo realismo fiabesco, accentuato dalla mancanza di coordinate temporali e spaziali precise, e come può essere il racconto di un bambino?, e insieme le rappresentazioni apparentemente distaccate di creature orribilmente infelici (come la Bambina Cattiva- Labbro Leporino) e le minuziose, asettiche relazioni di azioni che la morale comune adulta classifica come perverse o crudeli, che "Il Grande Quaderno" mi sembra di una verità straordinaria, senza tempo. Sono proprio la dimensione atemporale, e la dilatazione spaziale a indicarci la strada per risolvere lo sconcerto, il senso di irrealtà che si provano spesso leggendo le pagine di questo racconto: esse sono infatti caratteristiche primarie delle narrazioni del Mito, quelle che riguardano e in qualche modo danno ragione, --spingendoli fuori dai percorsi angusti del dettaglio storico-- dei grandi temi umani, dalle origini della storia ai nodi cruciali, i 'passaggi' della vita individuale e collettiva, al mistero della guerra, della ferocia, e della bontà umane.
Devo aggiungere che Agota Kristof sostiene la chiave comica del Grande Quaderno: un'operazione, insomma, simile a quella dell'l'Ulisse di Joyce, che rovescia il mito e lo traveste nel ridicolo, nel meschino della nostra quotidianità. "Però", dice, "capisco che è difficile.".. E infatti: è quasi impossibile.

Anche su un altro piano di lettura, tuttavia, i bambini della Trilogia mi sembrano molto veri: sul piano reale, della conoscenza adulta, esterna al racconto, li trovo qualche modo emblematici.

La guerra è troppo frequente nel mondo, ma fortunatamente non ne è -non ancora o non più- una condizione 'normale', almeno per noi europei, che in gran parte la percepiamo come una presenza mostruosa tra gli eventi possibili della vita.

È specialmente attraverso i bambini che la guerra manifesta - nella realtà come nella "Trilogia di K." -- la sua mostruosità: li costringe a vedere, ad accettare il male, la sofferenza, a non piangere e a non chiedere aiuto a nessuno, molto, molto prima del tempo in cui queste cose vengono apprese -se mai lo sono -- nella vita cosiddetta normale. La guerra toglie improvvisamente a Lucas e Claus - la dolcezza, e li priva del loro tempo naturale: devono crescere violentemente in fretta. Come abbiamo detto, si scopre (a p. 153) che i due gemelli hanno tra gli otto e i nove anni quando la madre li lascia alla Nonna, alla Strega. Non sono così piccoli, veramente, e hanno già vissuto la scuola e assorbito abitudini e 'valori' di media borghesia urbana colta. I loro sforzi di autosufficienza, l'astensione totale dal giudizio moralistico -ma distinguono benissimo il giusto dall'ingiusto--, gli esercizi di auto-disciplina che impongono a sé stessi servono loro a disimparare ciò che hanno assorbito, e che ora sanno falso e pericoloso per la sopravvivenza: il sentimento, i vezzeggiativi affettuosi, le lacrime e il chiedere aiuto, il cedere al dolore significano cadere in una trappola che li rende deboli, che rinnova la sofferenza e fa bruciare il dolore dell'inganno. Così questi bambini si anestetizzano, trovano d'istinto ciò che era un tempo ritualmente codificato nelle culture cosìddette tradizionali (per esempio i Nativi Americani, ma anche i Maori dell'Australia, gli Ascianti del Ghana, e tanti altri) dove coraggio e resistenza al dolore fisico e morale erano le virtù virili indispensabili alla sopravvivenza dell'individuo e della collettività.

In chiave moderna, Lucas e Claus, - o solo Lucas o solo Claus- compiono anche in certo modo il percorso dei figli della guerra e dei bambini di strada di tante grandi città vecchie e nuove. Il loro criterio di 'bene' e di 'male' non risponde più alle categorie apprese, alle idee ricevute: li guidano in tutto, non la morale 'borghese' comune, ma il senso di giustizia e la lealtà verso i miserabili come loro; e i bisogni primari irrinunciabili, per cui la regola per sopravvivere in un ambiente ostile deve per forza essere --come per gli animali che chiamiamo selvatici --"prendo ciò che mi serve dove lo trovo, con l'astuzia o con la violenza, se necessario; mi difendo e imparo ad attaccare".

Ho pensato con angoscia e sentimento di colpa ai bambini soldato della Sierra Leone e della Liberia, ai bambini palestinesi, ai ragazzini africani di dieci, undici anni che si trovano soli ad allevare fratelli e sorelle più piccoli, ai bambini 'da rua' del Brasile, ma l'elenco non finiva più....

Virginia Del Re, Pisa, Settembre 2002

Nota bio-bibliografica:
AGOTA KRISTOF è nata a Scicvàud, Ungheria nel 1935
Rifugiata in Svizzera nel 1956, all'epoca dei moti di Ungheria, è ora cittadina svizzera e vive a Neuchatel. Ha tre figli, una figlia dal primo marito (ungherese) e due maschi dal secondo (svizzero).

A. Kristof è scrittrice notissima in Francia e ancor più nota nella Svizzera romanda, sua terra di adozione. Ha scritto, in francese, tra il 1986 e il '91 tre romanzi, Il grande quaderno (1986) ; La prova (1988); La terza menzogna (1991), usciti in traduzione italiana con Einaudi nel 1998 sotto il titolo di La trilogia di K., seguiti da Ieri del 1995 (ed. Ital. Einaudi, 1997), da cui Silvio Soldini ha tratto il film "Brucio nel vento". Sono note anche le sue pièces teatrali: John et Joe del 1972; La chiave dell'ascensore (77), L'ora grigia o l'ultimo cliente (queste due edite da noi da Einaudi 1999) e Un rat qui passe del '84). La Trilogia è diventata presto un classico della letteratura francofona, e soprattutto la prima parte, Il Grande Quaderno, ha ispirato anche molti adattamenti scenici. È pluri-tradotta, pare in 33 lingue: Lei stessa, nella sua laconica riservatezza, ne sembra molto contenta: ha conservato pochissimi libri, dopo il divorzio, (il secondo a quanto si capisce), ma tiene con cura tutte le traduzioni del Grande Quaderno, o "dei Gemelli', come lo chiama lei. V.DR.


 

 
copyright © 2000-2017 Pari Center for New Learning - all rights reserved - C.F. 92047440539
web design by Marcel Gordon